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L’aspetto fisico di Paolo di Tarso e dell’imperatore Giuliano

A lettura ultimata dell’ottimo Paul and The Popular Philosophers (Fortress Press, 2006) di J. A. Malherbe, uno dei massimi esperti sull’incontro precoce tra cultura cristiana antica e cultura greca, posso entusiasticamente affermare che trattasi di un libro godibilissimo e ben documentato, ma, ahimè carente in certi punti. Avrei una nutrita lista di osservazioni, ma per il momento mi limito ad elaborare qualche nota critica sull’undicesimo capitolo, relativo alla descrizione fisica di Paolo tracciata negli Atti di Paolo e Tecla, un testo del II sec. d.C., dal contenuto stratificato, ricco di leggende e aneddoti di formazione precoce ed entrati nella tradizione scritta apocrifa.

Nel testo apocrifo citato l’aspetto fisico di Paolo assume i seguenti contorni: naso aquilino, sopracciglia unite, gambe arcuate, calvo, basso, ma tutto sommato grazioso. Al fine di stabilire la verosimiglianza dell’aspetto esteriore di Paolo tratteggiata negli Atti di Paolo e Tecla, A. J. Malherbe ha indagato le fonti relative alla descrizioni fisica di imperatori ed eroi attestate nella letteratura del medesimo periodo storico. L’autore giunge alle seguenti conclusioni: 

Meeting eyebrows were regarded as a sign of beauty, and a person with a hooked nose was thought likely to be royalor magnanimous. Tallness was preferred; nevertheless, since men of normally small height had a smaller area through which the blood flowed, they were thought to be quick. The main things were that one not be excessive in either direction, and, as in the case of Augustus, that one be well proportioned (p. 168).

This short excursion into the strange world of ancient physiognomy may cast some light on how Paul was represented as a hero among the Greeks. It calls for further attention to the description in the interpretation of the Acts. The basic assumption of physiognomies was that “dispositions follow bodily characteristics and are not themselves unaffected by bodily impulses.” It remains to be determined whether there is such a correlation between the description of Paul’s physical appearance and his deeds in the Acts (p. 169).

Ho l’impressione che Malherbe abbia voluto comunicare il seguente messaggio fuorviante: l’unanimità di giudizio degli antichi su certe qualità fisiche (giudicate mediocri nella nostra cultura), e il presunto legame tra il possesso di determinate doti fisiche e virtù morali. Una teoria fisiognomica ante litteram?

Mi trovo relativamente d’accordo con l’autore circa il possibile legame tra qualità fisiche e morali nella cultura greco-romana, ma nutro molte perplessità in merito all’esigua selezione di fonti operata da Malherbe, dalle quali ha ricavato una costante nella valutazione di certe qualità fisiche. Nello specifico, la mia contestazione è la seguente: Malherbe ha fatto esclusivo affidamento su fonti letterarie ufficiali, senza però prestare debito ascolto alle fonti popolari, la cui spontaneità di giudizio, è preferibile quando oggetto di indagine è il ritratto di imperatori e autorità pubbliche. Un ampliamento dello spettro delle fonti disponibili è doveroso.

Il giudizio popolare su imperatori e personaggi pubblici entrava di rado nelle fonti letterarie, se non per puro calcolo politico dell’autore e soltanto come fonte di rincalzo. In generale gli storici greci e romani estromettevano dalle loro opere la voce delle masse e delle categorie deboli. Sconcertante, secondo il nostro metro di giudizio, è l’estromissione nella letteratura antica delle rivolte degli schiavi, nonostante il contributo costante e travolgente di questa categoria ai processi storici. Nella letteratura storiografica, fa eccezione Svetonio, più per vezzo aneddotico che per rigore metodologico. Nella commedia, entravano prepotentemente di scena personaggi fittizi motteggiati a causa della loro dabbenaggine o per l’indole intrattabile.

L’eccezione più clamorosa è rappresentata dalla satira filosofica. Questo genere letterario utilizza il procedimento letterario della parresia (franchezza) per martellare vizi, difetti, malformazioni fisiche e, talvolta, lanciare feroci invettive contro singole persone o categorie. Il Misopogon (Odiatore della barba) dell’imperatore Giuliano, composto nel 362 d.C., è un opera appartenente al genere della satira filosofica, in realtà una acidula invettiva contro gli abitanti di Antiochia di Siria, i quali, arrivati ai ferri corti con l’imperatore, avevano composto versi satirici al suo indirizzo deridendone l’aspetto fisico e i costumi trasandati, tipici dei filosofi itineranti o errabondi. L’aspetto fisico di Giuliano è stato tramandato anche da una seconda fonte, ufficiale, Ammiano Marcellino, che ci restituisce un ritratto tutto sommato sobrio e neutrale.

Ho scelto l’aspetto fisico di Giuliano come termine di comparazione non per mero capriccio, ma perché il criterio della attestazione molteplice ci offre il raro lusso di poter comparare due punti di vista diversi, quello ufficiale di Ammiano Marcellino e quello popolare degli abitanti di Antiochia che, come vedremo, si trovano agli antipodi. Il mio obiettivo è alquanto modesto, ma incisivo: 1) dimostrare: l’inconciliabilità, la precarietà e la tendenziosità del metro di valutazione delle due fonti; 2) assegnare alla fonte popolare uno statuto di attendibilità speciale (ma non superiore) in virtù della disinvoltura del giudizio (parresia); 3) contestare l’unanimità di giudizio delle fonti greco-romane in relazione al gusto estetico (data una certa epoca, la valutazione delle qualità fisiche è soggetta a variazione nello spazio e influenzata da fattori sociali, economici e religiosi).

Per lo scopo è necessario che dia cenni tachigrafici intorno alla “questione antiochena”, che Giuliano risolse abilmente (o puerilmente, a seconda dei punti di vista) con la composizione di un memorabile scritto, capolavoro raffinato di satira filosofica tardo-antica.

Nel 362 d.C. Giuliano si trovava di stanza ad Antiochia, da dove sarebbe partita la spedizione contro i Sasanidi. Gli antiocheni, avevano nei confronti dell’imperatore un’ostilità giunta a scontro aperto, una a causa della politica religiosa, nello specifico la tentata restaurazione dei culti pagani in una città che si avviava a diventare integralmente cristiana. Oggetto di scherno, erano anche i costumi morigerati e religiosi e le abitudini alimentari di questo imperatore anomalo, del tutto invisi ad una città notoriamente mondana. Il malcontento popolare dovette inasprirsi anche a causa dalla stretta fiscale imposta dell’imperatore al fine di reperire le risorse necessarie per il finanziamento della imminente guerra contro i Sasanidi. C’era poi stato l’episodio increscioso della rimozione della spoglie dei martiri cristiani dal Tempio di Dafne, che Giuliano restituì in uso a pagani.

Il rapporto infelice tra antiocheni e l’imperatore si era incrinato a tal punto che i primi osavano motteggiarlo pubblicamente, con versi satirici irriverenti, deridendo il suo aspetto fisico trasandato. Ipersensibile a questo genere di critiche, la risposta di Giuliano non si fece attendere. L’imperatore compone allo scopo il Misopogon e lancia una feroce invettiva contro gli antiocheni e il loro stile di vita lascivo. L’operetta è preziosa in quanto oltre che illuminarci sui lati più cruenti della polemica, rivela particolari interessanti sull’aspetto fisico dell’imperatore, oggetto e bersaglio dello scherno antiocheno. Leggiamo la parte più interessante dell’invettiva: 

Ora io, di lodarmi, anche volendo ad ogni costo, non avrei alcun motivo di vituperarmi, mille. E, prima di tutto, cominciando dall’aspetto. Al quale, sebbene già da natura non fosse nient’affatto bello né leggiadro né seducente, ho io, per rusticità e dispetto, applicato questo folto barbone, quasi volendolo punire, non d’altra colpa certo che del non essere nato bello. Mangiare avidamente e bere d’un fiato non mi è permesso, perché debbo guardarmi di non inghiottire, per inavvertenza, insieme coi cibi anche i peli. Quanto a baciare e ad essere baciato, di ciò ancora meno io mi curo, sebbene dicano che la

barba abbia fra gli altri anche questo incomodo, che non permette di mescere a labbra lisce labbra monde, che sono perciò, forse, “più dolci”, come scrisse colui che ha composto col favore di Pan e di Calliope poesie su Dafni [cioè Teocrito]. Ma voi dite che di questa mia barba si dovrebbero intrecciare cordami. Ed io sono disposto, purché voi abbiate la forza di strapparla e la sua durezza non faccia male “alle vostre inusate e morbidette mani”.

Ma qui non creda già alcuno che a me faccia rabbia la be a. Sono io a porgerne l’occasione, portando come i caproni il mento, mentre, credo, potrei renderlo liscio e nudo come l’hanno i più avvenenti ragazzi e le femmine tutte, nelle quali l’amabilità è dono di natura. Voi, anche in vecchiaia, emulando i figliuoli e le donzelle vostre, per raffinatezza di vita o, chissà, per gentilezza di costumi, lo fate liscio liscio con cura, dissimulando la vostra virilità o, forse, dimostrandola dalla fronte e non, come noi, dalle mascelle. Senonché, a me non basta la lunghezza della barba; anche al capo s’estende il disordine, e raramente mi taglio i capelli e le unghie, e le dita per lo più ho nere d’inchiostro. Volete anche sentire qualcosa di più intimo? Ho il petto irto e villoso, come i leoni, che pure sono re delle belve, né mai l’ho lisciato, per rusticità e per grettezza, Né liscia e morbida ho resa alcuna altra parte del corpo. Se infine avessi anche qualche porro od escrescenza, come Cicerone, vi esporrei anche quella. Ma per ora non c’è.

Giuliano, è doveroso farlo notare, evita lo scontro diretto con gli antiocheni ricorrendo ai mezzi ordinari della giustizia dell’epoca quali punizioni esemplari o condanne, una scelta che è del tutto coerente con il suo temperamento magnanimo, se è lecito prestar fede al profilo biografico tracciato da Ammiano Marcellino. Sceglie, invece, la satira letteraria, con l’illusione che avrebbe riscosso maggior successo, una lezione di cultura e abilità letteraria, che dal suo punto di vista avrebbe punito esemplarmente e umiliato quel riottoso e irriverente popolo di debosciati e difendersi dall’oltraggio subito. Si difende adottando gli stilemi della diatriba filosofica: il contrasto tra un uomo dall’aspetto trasandato e la capigliatura scarmigliata ma colto e saggio e una ressa di ignoranti effeminati e maldicenti.

Di tutt’altro tenore è l’effigie tracciata da Ammiano Marcellino:

Ebbe questo aspetto fisico: statura media, capelli morbidi come pettinati, barba irsuta che finiva a punta, splendido per la bellezza degli occhi, che indicavano l’acutezza della sua mente; bei sopraccigli, naso dritto, bocca un po’ grande col labbro inferiore leggermente pendulo, collo grosso e curvo, spalle larghe, dalla testa ai piedi era ben proporzionato, per cui era forte e bravo a correre.

La fonte è decisamente più benevola. Nelle parole cordiali di Ammiano Marcellino potrebbe aver influito il rapporto di fiducia e collaborazione politica che lo legava all’imperatore  Risalta in particolare la correlazione tra i tratti somatici del volto (bellezza degli occhi) e le virtù intellettuali (acutezza della mente). Giuliano, di contrasto, nel Misopogon molto modestamente si considera niente affatto bello per natura (ma l’autocritica è indizio di artificio letterario). Contrastante nelle due fonti è anche la descrizione della capigliatura (che Giuliano lascia intendere fosse irsuta e trasandata, come il resto del corpo).

E’ innegabile che certe caratteristiche fisiche che nella cultura moderna sono deprecate e sinonimo di mediocrità estetica, nella cultura greco-romana erano particolarmente apprezzate, ma in relazione ad altrettante attività umane. Per esempio, la statura medio-bassa era considerata una dote fisica in determinate attività sportive, come la corsa. E’ noto infatti che leve lunghe siano di ostacolo agli sprinter impegnati nelle gare di velocità (100 m, 200 m), mentre agevolano nella corsa di resistenza, soprattutto nel tratto finale. L’altezza e l’agilità dei movimenti, per contro, agevolano in altre attività motorie. Di Traiano, per esempio, venivano messi in risalto l’altezza e il fisico slanciato, che l’imperatore aveva mantenuto anche in età avanzata e che gli permise di mettersi in salvo durante la campagna in Persia, quando attraversò l’Eufrate a nuoto.

Dalla sinossi delle fonti consultabili, emerge il seguente quadro somatico dell’imperatore Giuliano: barba incolta, pelle rugosa, occhi splendidi, bassa statura, peluria su volto e su tutto il corpo, unghie lunghe e mani imbrattate di inchiostro, fisico proporzionato. Gli abitanti di Antiochia, il cui risentimento per Giuliano aveva toccato toni irriverenti, non potendo colpire l’uomo e la sua politica con altri mezzi, ne biasimavano la trascuratezza del fisico, andando a premere un nervo (l’aspetto fisico dei filosofi itineranti, di cui Giuliano andava fiero) sul quale l’imperatore era infantilmente suscettibile.

Giunti al termine di questa rassegna, dobbiamo trarre le debite conclusioni. La valutazione dell’aspetto fisico nel mondo greco-romano non si fondava su parametri oggettivi. Il gusto estetico era pregiudizialmente influenzato dal livello culturale del commentatore, dal rapporto personale tra oggetto osservato e osservatore, dalla reputazione pubblica e dalla fama, e da una serie di altri fattori con che non staremo qui a contemplare, ma che sono costanti universali nella storia. Anche se Antiochia era inserita a pieno titolo nella cultura greco-romana, i suoi abitanti, con i loro costumi mondani e il loro conformismo religioso all’ultima moda in voga, non potevano restare indifferenti di fronte alle usanze bizzarre di un imperatore considerato, oltretutto, l’Anticristo in persona. Complici di tale giudizio dissacratorio fu la politica religiosa adottata dall’imperatore e gesti provocatori quali la riapertura dei templi pagani. Quello tra l’imperatore e gli antiocheni è’ un genere di conflitto che si consuma esclusivamente sul piano religioso-culturale e al piano della cultura appartengono le valutazioni estetiche, variabili a seconda delle epoche, dello spazio e del tempo. Diverse saranno state le valutazioni dell’entourage imperiale, come diversi saranno stati i giudizi dei collaboratori di Giuliano (amici e consiliarii) su costumi, abitudini e aspetto fisico dell’imperatore. Diverso è il giudizio posato di Ammiano Marcellino che, tuttavia, è esemplarmente capace di mantenersi equidistante.  

Alla luce di queste considerazioni, quale grado di attendibilità dobbiamo attribuire agli Atti di Paolo e Tecla in merito all’aspetto fisico di Paolo? La fonte, per quanto sospetta e fondata sulla tradizione orale innestata tardivamente nella letteratura apocrifa, potrebbe rivelarsi moderatamente attendibile. A meno di voler trarre dalla descrizione fisica di Paolo implicazioni etiche. Pur escludendo un rapporto di causalità tra l’aspetto fisico di Paolo e la sua moralità, è lecito affermare che da parte dell’autore degli Atti di Paolo e Tecla ci sia stata l’intenzione di trarre deduzioni di carattere morale a partire da un dato fisico incerto.

 

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