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Falsificazione di opere antiche: cui prodest?

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Negli ultimi dieci anni, le pubblicazioni sui falsi letterari di opere antiche è cresciuto esponenzialmente, fino a insediarsi in spazi mediatici in passato preclusi a questo genere di dibattiti tecnici. Il grande pubblico, comprensibilmente, odia gli argomenti tecnici, preferisce cibarsi di letteratura di consumo. Ma una materia tecnica se raccontata esopianamente rischia di diventare di pubblico dominio e nei confronti della quale può svilupparsi una curiosità morbosa. All’origine di un così inusitato interesse nel settore dei falsi antichi c’è, io credo, quasi un isterismo di massa nei confronti del “misterioso”, di tutto ciò che non rientra nell’ordinario  Intendo col termine “misterioso” un fascino inusuale che sprigiona dal contenuto ambiguo e peculiare di testi antichi di recente ritrovamento, approdati per l’occasione alle cronache dei principali quotidiani nazionali. Niente di trascendentale, ma reperti che o mettono in discussione conoscenze acquisite, o riesumano portentosi testi di autori antichi che la storia aveva irrimediabilmente perduto.

Un Artemidoro (a ragione considerato il più grande geografo dell’antichità), un documento che afferma implicitamente l’omosessualità di Gesù, oppure un ossario del fratello di Gesù, eccita gli studiosi, ma ancor più le masse, che vengono catapultate nella scena a suon di pompose e costose cerimonie pubbliche per ammirare in tutta la sua fastosità l’ultimo gioiello. All’Italia mancava un evento così ghiotto per emergere dal limbo, fino al fatidico 2006, quando in occasione delle Olimpiadi invernali fu dato ampio risalto all’esposizione in pompa magna del (falso) papiro di Artemidoro a Palazzo Bricherasio e che ha visto tra i suoi celebri spettatori, nientemeno che l’allora Presidente della Repubblica C. A. Ciampi. Eventi destinati ad essere iscritti negli annali della vergogna. Destano meraviglia, eccitazione, rinvigoriscono l’orgoglio nazionale, impoveriscono le già esangui casse pubbliche.

Mentre il grande pubblico veniva catalizzato verso quella magniloquente esposizione, la più sobria mostra di Losanna, con l’esposizione di parte delle opere falsificate da C. Simonidis, passava inosservata. Che vuoi che sia, dopo tutto Simonidis era stato smascherato in tempo utile, almeno fino a quando non si trasferì a tempo indeterminato in Egitto e si persero le sue tracce, la cui industria del falso non ci è nota per fonti documentali, ma che possiamo ricostruire grazie alla perizia di L. Canfora (Il papiro di Artemidoro, Laterza, 2008).

Dopo la stagione memorabile delle grandi scoperte papirologiche di fine ‘800, il mercato antiquario negli ultimi anni ha sofferto di penuria di materiale eclatante. Niente più papiri letterari di Euripide, Menandro e Saffo, ma “miseri” frustoli poco più grandi di francobolli che raccontano sprazzi di storia locale delle lande desolate d’Egitto romano. I tempi di grande splendore non torneranno più e allora perché non rinvigorire questo sterile mercato antiquario con falsi d’autore, così ben confezionati e rimasti in soffitta per decine di anni, facendoli ricomparire come per magia al momento e nel luogo giusto, proponendoli a sprovveduti studiosi? Medea Norsa avrebbe rispedito quei reperti farlocchi al mittente, ma anche ai grandi è negata una seconda vita. In compenso, gli interlocutori odierni di mercanti spregiudicati di antichità sono gli attuali accademici, affidabilissimi papirologi preoccupati più della loro carriera accademica che di imparare a saper discernere un documento falso da uno genuino. E poiché porgere formali scuse e ravvedersi per non fa parte del galateo del mondo postmoderno, si va avanti ad oltranza con l’indifendibile, anche quando l’evidenza e il buon senso suggerisce a questi gagliardi defensores papyrorum di fare ammenda delle proprie colpe.

Calato il sipario su un reperto falso, ne spunta fuori un altro, della cui traversie non si sa nulla, ma ricomponibili pezzo per pezzo mediante inverosimili teorie a puntate (vedasi la teoria delle tre vite del Papiro di Artemidoro, mediante le quali il trio Gallazzi-Settis-Kramer tentano disperatamente di assegnare una vita decorosa a questo sedicente frammento, della cui storia non si sa praticamente nulla). Quando una teoria fa acqua da tutte le parti, ecco spuntare una fotografia che lo ritrae in una delle sue precedenti vite (salvo sottoporre l’immagine ed analisi e stabilire che trattasi di un indegno fotomontaggio).

Cui prodest la fertilità indotta del mercato delle antichità e l’escalation della fabbricazione dei falsi? La risposta si estrapola dalla righe di questo articolo.

Addenda

Che l’industria dei falsi d’autore sia tuttora operante a pieno regime e intellettualmente stimolante è confermato dal numero delle recenti pubblicazioni accademiche. In cima alla lista c’è il Papiro di Artemidoro, il cui carattere spurio è patrocinato da Luciano Canfora, uno dei più grandi filologi classici di tutti i tempi. Il dibattito intorno a questo papiro controverso ha varcato i confini ristretti degli atenei per approdare nei salotti delle trasmissioni televisive, nelle conferenze ad ingresso libero, nella radio e nei quotidiani (il Corriere della Sera ne ha cavato un romanzo a puntate). Per determinare l’autenticità di questo papiro non si era mai registrato un così esteso dispiegamento di forze: filologi, critici d’arte, bizantinisti, chimici, persino la Polizia di Stato. Mentre fino ad oggi il dibattito si è consumato quasi esclusivamente in lingua italiana e tra filologi nostrani, con i filologi anglosassoni penalizzati dalla lingua, nel 2012 si sono registrati i primi contributi internazionali. La nota rivista di storia antica, Historia, nel numero di luglio ha pubblicato ben quattro contributi, vertenti sulle questioni più controverse del papiro di Artemidoro. Il dibattito dunque non può dirsi concluso e nei prossimi mesi assisteremo ad un simposio internazionale senza precedenti.

In ambito cristianesimo antico il vangelo Segreto di Marco è in cima alle classifiche dei falsi antichi, ma attualmente insidiato dal “Vangelo della moglie di Gesù”, un testo copto databile al IV secolo, sotto attacco da più fronti. Il punto della situazione sul primo lo fa T. S. Paananen nell’ultimo numero della nota rivista Currents in Biblical Research (From Stalemate to Deadlock: Clement’s Letter to Theodore in Recent Scholarship)  un articolo equilibrato e intellettualmente onesto sui primi trentanni di ricerca. Il secondo, in odore di falso, è invece oggetto di virulenti attacchi, di cui a un mio precedente articolo. 

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